Guida all'ascolto
Il corso della storia della musica occidentale è colmo di geniali compositori che, grazie alla propria vocazione artistica e con la loro opera, hanno contribuito ad evidenziare il lato migliore del genere umano: tuttavia non è possibile attribuire ad ogni grande mente musicale il merito di aprire un’epoca o di elevarsi come capostipite di una corrente artistica. La ragione secondo cui si annovera Claude Debussy tra le figure di maggior rilevo in ambito musicale risiede nella sua storica contrapposizione a Richard Wagner: il compositore tedesco aveva rinnovato il linguaggio musicale postulando nel suo dramma totale (concretizzatosi nel Festspielhaus di Bayreuth) la rinascita di un’arte che fosse intellegibile e che mettesse in luce i valori eroici e nazionalisti del popolo teutonico. La proposta wagneriana ebbe uno strepitoso successo nel Vecchio Continente, affermandosi come modello dominante per molti anni. Wagner colse nella melodia un aspetto nuovo grazie ai leitmotiv, motivi conduttori, i quali godettero di un’enorme fama anche nella musica sinfonica: la struttura dei poemi sinfonici è infatti fondata sul logico avvicendarsi e trasformarsi dei temi wagneriani. Debussy si oppose a questa tendenza grazie alla novità della sua tecnica, derivante dalla nuova tendenza impressionista. Se l’arte wagneriana è colma di dettagli, quella debussiana risulta vaga: esprime l’impressione momentanea, esclude la descrizione del dettaglio; il disegno musicale è indeterminato e sfumato. L’originalità del compositore francese sta tutta nel predominio armonico che conferisce alla musica un’apparenza informe, sebbene presenti una struttura quasi regolare: il disegno ritmico e melodico sembrano svanire, mentre l’armonia presenta una ricchezza inesausta. Se l’arte wagneriana sfoggia una magniloquenza irraggiungibile, l’arte debussiana ne è la perfetta antitesi poiché predilige i toni deboli, anemici e rinunciatari, così che vi sia l’impossibilità di precisare la realtà, con conseguente mancanza nelle composizioni del senso eroico.
L’arte di Debussy è qualcosa di intermedio tra pittura e musica, «colore sonorizzato»; la sua musica rivendica una libertà maggiore, poiché non si limita a riprodurre esattamente ciò che ci circonda, bensì coglie le misteriose corrispondenze tra la natura e l’immaginazione. Debussy è impressionista poiché la sua musica ha come unico scopo quello di rendere solo l’impressione momentanea, lasciando all’espressione l’imprecisione propria di tutte le sensazioni vivaci e fuggevoli.
Il Prélude à l’aprés-midi d’un faune è da considerare come uno dei momenti più significativi dell’estetica impressionista, nonché tra le pagine più soavi che siano mai state scritte nella storia della musica. Come una tela di Manet, ciò che colpì di questo brano fu l’omogeneità che trasmetteva, malgrado violasse regole e princìpi tradizionali. Il pubblico, wagnerianamente educato, non era abituato a contemplare quelle forme sonore così vaghe; tuttavia la storia ci insegna che «l’arte non conosce né regole né leggi», e predicare le norme di un avvenire ignoto è un’ingenuità orgogliosa, basata sull’impossibilità di stabilire dei princìpi imprescindibili nelle arti.
Il brano, inizialmente concepito come apertura d’un trittico (Préludes, Interludes et Paraphrase finale) mai realizzato, ispirato all’egloga di Stéphane Mallarmé, fu composto tra il 1892 e il 1894 ed eseguito per la prima volta a Parigi presso la Società Nazionale de Musique nel 1895. Il Prélude, ricalcando l’omonimo componimento, Après-midi d’un faune, trovò riscontri positivi non solo nel pubblico, ma anche nello stesso Mallarmé: il poeta, entusiasta per l’esecuzione, affermò che la composizione non presentava alcuna dissonanza con il suo testo, anzi Debussy seppe esprimere ancora meglio il contenuto della celebre egloga in cui un fauno, sdraiato presso uno stagno in un afoso pomeriggio, si ridesta da un sogno profondo nel corso del quale gli sono apparse due ninfe, la prima fredda e casta, l’altra calda e tutta sospiri. Il fauno appare perplesso, dubbioso, non distingue se si tratta di un sogno oppure di un avvenimento reale; contempla l’immobile paesaggio, rotto solo dal suono del suo flauto che poi getta nello stagno, ritenendolo strumento ambiguo e maligno. Rapito da forti impulsi sessuali, il fauno immagina di spogliare le ninfe, gusta chicchi d’uva e ne gonfia d’aria le bucce; le immagini cominciano ad accavallarsi nella sua mente: intravedendo le ninfe che si bagnano, le rapisce e con loro intreccia una lotta amorosa, sino a quando esse si svincolano dal suo abbraccio. Nel silenzioso meriggio, il fauno riprende a dormire ancora una volta sospeso fra sogno e realtà.
Il Prélude à l’aprés-midi d’un faune è da considerare come uno dei momenti più significativi dell’estetica impressionista, nonché tra le pagine più soavi che siano mai state scritte nella storia della musica. Come una tela di Manet, ciò che colpì di questo brano fu l’omogeneità che trasmetteva, malgrado violasse regole e princìpi tradizionali. Il pubblico, wagnerianamente educato, non era abituato a contemplare quelle forme sonore così vaghe; tuttavia la storia ci insegna che «l’arte non conosce né regole né leggi», e predicare le norme di un avvenire ignoto è un’ingenuità orgogliosa, basata sull’impossibilità di stabilire dei princìpi imprescindibili nelle arti.
Il brano, inizialmente concepito come apertura d’un trittico (Préludes, Interludes et Paraphrase finale) mai realizzato, ispirato all’egloga di Stéphane Mallarmé, fu composto tra il 1892 e il 1894 ed eseguito per la prima volta a Parigi presso la Società Nazionale de Musique nel 1895. Il Prélude, ricalcando l’omonimo componimento, Après-midi d’un faune, trovò riscontri positivi non solo nel pubblico, ma anche nello stesso Mallarmé: il poeta, entusiasta per l’esecuzione, affermò che la composizione non presentava alcuna dissonanza con il suo testo, anzi Debussy seppe esprimere ancora meglio il contenuto della celebre egloga in cui un fauno, sdraiato presso uno stagno in un afoso pomeriggio, si ridesta da un sogno profondo nel corso del quale gli sono apparse due ninfe, la prima fredda e casta, l’altra calda e tutta sospiri. Il fauno appare perplesso, dubbioso, non distingue se si tratta di un sogno oppure di un avvenimento reale; contempla l’immobile paesaggio, rotto solo dal suono del suo flauto che poi getta nello stagno, ritenendolo strumento ambiguo e maligno. Rapito da forti impulsi sessuali, il fauno immagina di spogliare le ninfe, gusta chicchi d’uva e ne gonfia d’aria le bucce; le immagini cominciano ad accavallarsi nella sua mente: intravedendo le ninfe che si bagnano, le rapisce e con loro intreccia una lotta amorosa, sino a quando esse si svincolano dal suo abbraccio. Nel silenzioso meriggio, il fauno riprende a dormire ancora una volta sospeso fra sogno e realtà.
Il Prélude è la realizzazione perfetta e deliziosa di un momento letterario aulico, dove i versi di Mallarmè lasciano scivolare nello spirito un morbido fluire di macchie di colore, attraverso la più delicata tecnica impressionista: il sogno voluttuoso del fauno rivive riflettendosi in una vastissima gamma di sensazioni; la visione del viluppo caldo di bianche nudità femminili, il loro guizzare atterrito, il rammarico per la preda sfuggita all’ultimo momento. Una sensualità calda e abbagliante, che stordisce i sensi, si snoda, dialoga e accende colori e chiarori in quel cosmo di innumerevoli sensazioni. Tutto è un riflesso ed un’esaltazione del labile sogno meridiano. Il nucleo fondamentale della poesia di Mallarmé si può ricondurre ad un’inesausta sete di tenerezza, ad un desiderio incessante di una molla e sommessa voluttà; Debussy invece, col medesimo temperamento, non mira ad una vera e propria tensione, ma giunge ad un apparente dissolvimento della forma. La sua musica è un continuo e pacato divenire, espressione di una vita spirituale che non tende intensamente e angosciosamente ad affermarsi in un’obliosa voluttà dei sensi. Lo spirito di Debussy si ‘distende’ nella natura con sensualità, placandosi: «Il nostro compito è di mantenere il mondo delle illusioni e di non scuotere brutalmente gli uomini dai loro sogni per mostrare la cruda realtà. Contentiamoci del mondo fantastico, giacché esso solo ci dà conforto, esso solo è capace di farci intravedere una bellezza che non passa perché eterna». La musica del Prélude è sempre immersa in toni pacati che si compenetrano con fluida cedevolezza, come se fossero macchie mobili che si dispongono con gusto armonico assai diverso da quello Romantico. La materia sonora è qui continuamente mobile per cui ogni momento tende a scivolare in uno stato armonico diverso. Le varie soluzioni ci appaiono quasi sempre sfumate, prive del senso di una netta giustapposizione: si passa da una tonalità all’altra senza che si abbia la percezione schietta dell’ambiente armonico attraverso cadenze sulla tonica. La tonalità è sì percepibile, ma in modo vago; le modulazioni sono assai ardite senza alcuna concatenazione di armonia, nelle quali sono accostati senz’altro accordi che rappresentano varie tonalità: essendo però questi cedevoli e mobili, non vi è alcuna durezza di collisione.
Le sonorità sognanti del Prélude sono dovute però anche all’utilizzo parsimonioso e sapiente della scala esatonale e all’interesse del compositore per l’orientalismo e il sentimento della Natura. Debussy amava il fantasioso e misterioso Oriente, luogo che evocava sogni lontani per l’uomo europeo dell’epoca, nel quale la musica sembrava esalare come per incanto: non a caso tutta l’atmosfera è soffusa di esotismo e tradisce, sovente, i segni di quella nostalgia per il paese dove tutto è bellezza, calma, voluttà. Nel suo naturismo Debussy sembra distogliere lo sguardo dagli uomini, si immerge nel mondo dei sogni per dimenticare i dolori. Il compositore predica lo scetticismo e la non fede; la menzogna non la verità; la rinuncia, non la lotta eroica ed il trionfo della volontà.
Il Prèlude à l’après-midi d’un faune si compone di elementi vaghi, non presenta sonorità dure, la sua armonia ha una pastosità ed una morbidezza impareggiabili. La novità non scaturisce da un mascheramento di vecchi andamenti, bensì da una maniera originale di concatenare e presentare accordi e disaccordi. L’impressione armonica è sempre l’elemento dominante; si registra l’assenza di una polifonia complessa, con una strumentazione che asseconda il gusto personale di Debussy: l’orchestra, composta da tre flauti, tre oboi, due clarinetti, due fagotti, quattro corni, due arpe, crotali e archi, non è mai colossale, non colpisce con motivi stupefacenti, ma affascina con la maestria e la delicatezza delle mezze tinte. Se in Wagner e nelle scuole derivate, i temi sono quasi tutti posti così in rilievo e il loro ritorno è così frequente da dover essere considerati elementi conduttori, tali cioè da dare essi stessi una forma alla composizione, in Debussy questi sono appena percepibili, presentandosi sporadicamente e in maniera non contigua all’interno della composizione amorfa, piuttosto che come elementi destinati ad imprimere e costituire essi stessi la forma.
Non vi è alcun dubbio che il simbolismo costituisce una parte integrante del pensiero del compositore: Debussy si oppone al wagnerismo in nome dell’indipendenza dell’arte nazionale, in nome delle antiche tradizioni, rifiutando tutto ciò che vi era di consueto, mercantile, abusato e artefatto, riaffermando l’amore che nutriva per i maestri francesi del Settecento. Egli è stato davvero in grado di liberare la Francia dal dominio teutonico e a far rivivere il vecchio e genuino spirito della propria nazione, lo conferma l’espressione fedele della moderna cultura francese, anche questa così opposta per ideali, forme, tendenze e gusti alla tedesca. Debussy è un esteta, «è il Mallarmé della musica. La musica in lui diviene letteraria, come la letteratura in Mallarmé diveniva musicale», la sua arte è il riflesso del simbolismo letterario. La composizione è strumentata con grande perizia ed è una vera miniera di colori orchestrali e di particolari combinazioni foniche: purtroppo non tutti i contemporanei lo percepirono essendo le loro orecchie abituate ai fasti wagneriani; tuttavia nessuno mise in dubbio l’innovazione armonica che il Prélude comportò. Lo spunto principale del lavoro passa attraverso tutte le possibili armonizzazioni ed è sottoposto alle più svariate combinazioni strumentali, ma con una fluidità tale che numerose furono le affascinanti suggestioni a cui i primi ascoltatori del 1895 non seppero né pensarono di resistere. Solo dopo una certa riflessione, i dottrinari formalisti decisero di concludere sulla legittimità di una struttura che sembra sfidare e sviare l’analisi musicale; fu lo stesso Debussy a rassicurarli, affermando che l’opera è sì costruita, ma che nessuno sarebbe stato in grado di individuare i pilastri su cui è stato edificato il Prèlude, poiché egli stesso ebbe l’accortezza di eliminarli dalla composizione.
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