IL SETTIMO
SIGILLO – INGMAR BERGMAN
"E quando
l'agnello aprì il settimo sigillo, si fece nel cielo un silenzio di circa
mezz'ora. E vidi i sette angeli che stavano dinanzi a Dio, e furon loro date
sette trombe… “(Apocalisse,
8, 1 – 11)
Nei cieli
oscuri e tenebrosi di Hovs Hallar,
nella riserva naturale di Scania, contea del sud di una Svezia incontaminata,
s’ alza il volo di un’ aquila – quasi
suggestione di auspici presaghi di sventure – ed una voce fuori campo recita il
celebre passo dell’ Apocalisse di Giovanni: così si apre Det sjunde inseglet,
“Il settimo sigillo”, pellicola diretta da Ingmar Bergman nel 1956.
Il settimo
sigillo è appunto l’ ultimo dei sette sigilli che secondo l’ Apocalisse
racchiudono il libro “scritto di dentro e di fuori” che alla fine dei tempi
sarà letto dall’ Agnello (il Cristo), contenente i misteri ultimi della vita.
Il film inizia
evocando questo momento “finale”, apocalittico: il cielo squarciato da nuvole
scure, intorno un gran silenzio, la fine dei tempi sembra giunta proprio come
descritta nel brano biblico. Eppure il momento sottolineato dall’ Autore è
quello del rivelarsi definitivo della Conoscenza, quasi allora liberatorio e
solennemente grandioso, seppur intriso di una spaventosa e trepidante attesa
dei contenuti di questa Verità ultima, oltrechè connotato da una
terribile sequenza di eventi ultraumani e terrifici.
La Verità
ultima si disvela nell’ Apocalisse con la forza del cataclisma e della
rivoluzione fisica, l’ attuarsi della Sua potenza stravolge ogni umana convinzione,
va oltre ogni fantasia concepibile.
La macchina da
presa rivolge il suo sguardo su degli uomini accasciati sulle rive della
spiaggia. Sono il cavaliere Antonious Block ( Max von Sydow ) e il suo scudiero
Jons ( Gunnar Bjornstrand ), di ritorno dalle crociate in Terra Santa. Siamo
molto presumibilmente nel cuore del XIV secolo. Lo sguardo del Cavaliere è
immerso in inquiete meditazioni: il suo petto segue il ritmo soffocato di una
respirazione faticosa, turbata dall’ angoscia. Cerca di trovare sollievo
dirigendosi verso il mare, provando poi ad inginocchiarsi per pregare,
giungendo le mani: ma il suo volto è privo di fiducia e di speranza.
Bergman si
appropria di una iconografia classica, quella del cavaliere tardomedioevale
epico, cristiano e coraggioso, per farne in realtà, già dalle prime sequenze,
un uomo del nostro tempo, di profonda angoscia, scosso da radicali dubbi sull’
esistenza. È in questa atmosfera che fa la sua comparsa la Morte in persona (
Bengkt Ekerot ).
Un violento
primo piano atterrisce lo spettatore: avvolta nella lunga tunica nera, il volto
d’un malato candore, la sguardo vividamente penetrante, la sua prima frase
risponde alla agitata domanda di Block sulla sua identità con imperturbabile
rigore: “Sono la morte.”
“Sei venuto a
prendermi?”
“è già da molto che ti cammino al fianco. Sei
pronto?”
“Il mio spirito
lo è, non il mio corpo.”
Le prime
battute del film, senza mezzi termini, violente, ci mettono subito di fronte al
nucleo dell’ opera: il protagonista incontra la Morte di persona, è venuta la
sua ora. Egli si trova faccia a faccia con l’ abisso, e vi si deve confrontare. Block allora sfida
la morte ad una partita di scacchi, obbligandola a lasciargli salva la vita in
caso di vittoria. La dilazione concessagli riempirà dunque il tempo del film, e
sostanzierà il percorso esistenziale finale del protagonista.
Notiamo subito
come la Morte non ha un potere tale, sull’ uomo, da castrare ogni iniziativa
ch’ egli intraprenda. Non solo; è vieppiù incuriosita, se non preoccupata, dallo
stato in cui Block si trova in rapporto alle sue aspettative di vita. Una
macabra ironia, addirittura, chiude la scena sulla appropriazione delle pedine
nere da parte della Morte.
Bergman stesso
dichiarò che, dopo esser stato per lungo tempo ossessionato dalla paura della
morte, la costruzione della figura in questione all’ interno del film
rappresentò per lui un valido percorso di approccio costruttivo alle sue paure,
un modo quasi per fronteggiarle, affrontarle, e sconfiggerle, anche se mai del
tutto.
È indubbio che
la tematica del film sia intrisa del problema religioso che evidentemente
Bergman eredita da una situazione familiare e sociale, essendo figlio di un
rigido pastore protestante. L’ ansia di
ricerca del volto di Dio da parte del protagonista, come unica soluzione al
problema del senso dell’ esistenza, impregna d’altronde buona parte, in modo
più o meno esplicito, dell’ opera cinematografica bergmaniana. Una ricerca che
ha gli inevitabili connotati della tortuosità, in un percorso che quasi
sempre non riesce ad approdare allo
scioglimento finale del dubbio.
In realtà, la rottura
caratterizzante la civiltà filosofica occidentale del Novecento, in Block si è
già verificata; egli, disperato, vorrebbe avere la possibilità di conoscere Dio
in modo certo, quasi scientifico. Di poterlo toccare con mano. Ma Dio tace, e
non si manifesta, anzi: tutto intorno è disperazione e desolazione. Si è
parlato del silenzio di Dio nell’ opera bergmaniana.
Questo passaggio dalla conoscenza
di Dio come epistème, forma del sapere classico, certa e
incontrovertibile, all’ accertamento infine della sua Morte, non solo e non
tanto sociale e psicologica, ma vieppiù storico – culturale e filosofica,
passaggio centrale nell’ opera di Nietzsche ma poi caratterizzante tutto il
Novecento occidentale, è la premessa filosofica fondamentale de “Il settimo
sigillo”. (E. Severino )
Il cavaliere Block - figura
ispirata tra l’ altro anche dalla celebre incisione di Albrecht Durer “Il
cavaliere, la morte e il diavolo” del 1513, in cui un cavaliere impavido e
coraggioso incede con alle sue spalle il demonio, tutt’ intorno mostri che lo
seguono, e la morte che incombe a rammentargli il fuggevole e rapido scorrere
del tempo – sfida la morte a scacchi, in una folle rincorsa, oltre che del
tempo, del senso. La sua prospettiva è però circoscritta ad un
kierkegaardiano aut – aut: se Dio esiste, la vita ha un senso, nel caso
contario, solo la morte e la disperazione possono imperare sul mondo. La disperazione si fonda sulla impossibilità di
aver fede, e sulla irriducibilità – proprio come in Kierkegaard – del divino
all’ umano. Un tormento da sottosuolo dostoevskijano tanto nell’ orrorifico
osservare le miserie e i peccati dell’ umano, quanto nella acquisizione di una
prospettiva di salvezza nettamente cristocentrica, da cui Block però si sente
tragicamente escluso.
Il cavaliere e il suo scudiero,
quasi come in un road movie, peregrinano per strade e paesi scossi dalla
terribile peste del 1348 – 49 : il terrore della morte, del contagio, della
malattia, il dilagare del delirio superstizioso, intreccio di misticismi
autoafflittivi e follie persecutorie, tutto questo – e non solo - attraversano
il cavaliere e il suo scudiero. Block, nella sua affannosa ricerca, cerca di
confessarsi ad un monaco, in una piccola chiesa, coi macabri rintocchi di
campane in lontananza. Il volto di un Cristo in legno, maschera di dolore, fa
da contraltare al volto di Block, angosciato ma determinato a trovare un
percorso. Dietro al monaco in realtà si naconde la Morte, che ancora una volta si prende gioco di lui. Meritano
di essere riportate le celebri battute espressioni di tutto il tormento
esistenziale del protagonista.
“Voglio parlarti il più sinceramente possibile, ma il mio cuore è vuoto
. Il vuoto è uno specchio che mi guarda. Vi vedo riflessa la mia immagine e
provo disgusto e paura. Per la mia indifferenza verso il prossimo mi sono
isolato dalla compagnia umana. Ora vivo in un mondo di fantasmi, rinchiuso nei
miei sogni e nelle mie fantasie "
“E' così crudelmente impensabile percepire Dio con i propri sensi?
Perché deve nascondersi in una nebbia di mezze promesse e di miracoli che
nessuno ha visto?"
" Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a
vivere in me in questo modo doloroso e umiliante, anche se io lo maledico e
voglio strapparlo dal mio cuore? E perché, nonostante tutto, continua ad essere
una realtà illusoria da cui non riesco a liberarmi … Io voglio sapere. Non
credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, che mi
sveli il suo volto, mi parli … Lo chiamo nelle tenebre, ma a volte è come se
non esistesse. "
" Forse non esiste" , gli replica la Morte. E il cavaliere
risponde: " Allora la vita è un assurdo errore. Nessuno può vivere con la
Morte davanti agli occhi sapendo che tutto è nulla."
La morte è dunque insostenibile senza l’ appiglio della fede. E si
affaccia anche il tema dell’ inautenticità dell’ esistenza che sarà poi
altrettanto caro a Bergman:
" La mia vita è stata vuota, l'ho passata ad andare a caccia, a
viaggiare, a parlare a vanvera di cose insignificanti. Lo dico senza amarezza
né rimorso, perché so che la vita della maggior parte della gente è così
“.
Tuttavia, alla fine di queste
battute, quando il cavaliere si determina a cercare un senso in una azione
finalmente “utile”, notiamo un improvviso avvicinamento al proprio corpo e alle
sensazioni fisiche da parte del protagonista: Block si rende conto del sague
che scorre nelle vene della sua mano, e sembra ritrovarne energia… e invero,
fin qui il suo conflitto – come, c’è da ammetterlo, gran parte di quello
filosofico occidentale – sembra bloccato a delle opzioni mentali concettuali
che probabilmente imbrigliano la sua esistenza senza che una conciliazione sia
in assoluto possibile. Ciò che sembra manchi, nella esistenza di Block, è un
contatto con la vitalità e la corporeità dei fatti dell’ esistenza: un senso
che non sia razionale, ma vivificante il quotidiano delle piccole cose, che
restituisca dignità a tutte le emozioni umane.
“Ma ormai è troppo tardi per
insegnarvi la gioia smisurata di una mano che si muove e di un cuore che
pulsa”: ecco che la frase pronunciata dallo scudiero nel finale del film,
assume un senso fondamentale in relazione al percorso di Block, seppure sia
vista, dall’ Autore, forse quasi con rimprovero e vuotezza, uscita dalla bocca
di un agnostico cinico e duro.
Nella drammatica disperazione che
circonda il percorso dei due, la miserevole condizione umana si espande
smisurata sotto i loro occhi: la locanda si riempie dei lazzi osceni e delle
prevaricazioni più animali, qui le angoscie e il terrore del morbo si sfogano
nei vizi più torbidi.
Così la donna, la fanciulla ancor
più, può essere la causa del disastro, facilmente contiene in sé la malattia
connessa alla sua sessualità, in un’ umanità sprofondata nell’ abisso dell’
ignoranza e della grettezza.
Se, con Durer, possiamo dire che
anche il Cavaliere non teme di guardarsi nelle specchio e vedersi vuoto, dove
possiamo rintracciare lo spiraglio, ammesso che ci sia?
Seppur non privo di
contraddizioni e difficoltà, il nucleo famigliare di saltimbanchi incontrato
dal Cavaliere nel tragitto, in special modo nella figura quasi
dostoevskijanamente “idiota” del capofamiglia, rappresenta un punto di luce.
Jof (Nils Poppe) e Mia (Bibi Andersson ) sono persone
semplici, artisti di strada, innamorati l’ uno dell’ altro. Lui, nella sua
povertà materiale e d’ intelletto, è però buono di cuore, riesce ad amare e ad
entrare in contatto mistico con l’ esistenza, tant’è che sarà lui a poter vedere
la Morte al fianco di Block, e così allontanare la sua famiglia dalla fine (
ecco anche l’ azione “utile” permessa poi a Block stesso…).
La raggiante colazione sull’
erba dei quattro, con la scodella di latte che passa di mano in mano, è
quasi un’ ultima cena laica, un attimo di respiro prima che la partita a
scacchi ricominci.
Non meno rilevante è il fatto che
essi siano artisti,e che nella spontaneità della creatività l’ Autore ravvisi
una illuminazione salvifica…quant’anche questa, a detta dello stesso Jof, non
porti pane!
Il rapporto arte – vita è ripreso
anche in riguardo al lavoro di un artista incontrato dallo scudiero Jons, il
quale sta rappresentando una terrificante scena di morte e disperazione,
connessa all’ esplodere del morbo della peste. Costui rivendica la libertà
d’espressione, in particolar modo se connessa alla affermazione di verità che,
seppur tragiche, spingano a pensare, aggiungendo però che sarebbe stato
costretto a mutar direzione se la necessità di sopravvivere gliel’ avesse dettato:
una posizione dunque che non si radicalizza nel senso della libertà assoluta e
priorità dell’ atto creativo, ma che è consapevole delle tensioni sempiterne
tra arte e vita. (e pensiamo anche a Thomas Mann.).
“Il settimo sigillo” è un’ opera
allora multiforme, complessa, grandiosamente poetica - grazie anche alla
spettrale e inquietante fotografia di Gunnar Fischer e alle musiche di Erik
Nordgren ispirate ai Carmina Burana di Carl Orff ( canti di chierici viandanti
nella desolazione medioevale, da cui pare che lo stesso Bergman si sia lasciato
ispirare nella composizione dell’ opera ) – oltrechè tormentosamente
filosofica, che produsse già al tempo della sua distribuzione una vasta eco di
reazioni di critica e pubblico, diventando poi nel tempo un vero classico della
cinematografia di tutti i tempi, oltrechè quasi un simbolo della cultura
occidentale Novecentesca.
Premio della critica a Cannes nel 1957, nel 2001 è stata pubblicata in
Italia da Einaudi una edizione della sceneggiatura teatrale Pittura su legno
dello stesso Bergman, da cui egli trasse poi lo spunto per il capolavoro.
Mariano
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