Quando parliamo di Motropsycho associamo la band norvegese ad un'immagine che evoca calore e potenza, che ci abbraccia e ci coinvolge con tutta la sua luminosità. Perdonate il riferimento divino ma, quando si discute sull'opera di musicisti così grandi, c'è solo da alzare le mani e ringraziare Dio (ognuno il proprio) che ce li ha donati!
Nella sconfinata discografia dei Motropsycho, Phanerothyme non costituisce l'episodio più alto, ma rimane uno di quelli più significativi, un esempio di come Seather & co. sappiano spaziare fra i generi, assimilarli e elaborarne una visione personalissima senza snaturare se stessi e i territori musicali in cui amano addentrarsi. Questo capitolo della saga della band norvegese si immerge fortemente nel passato musicale, in maniera molto più profonda rispetto ai predecessori Let them eat cake e Barracuda: in tutto il lavoro è palpabile la presenza del gusto drakeano nella composizione e nell'arrangiamento dei brani, in particolar modo in quelle canzoni come Bedroom Eyes, Blindfolded e la splendida When you're dead, come pure è percepibile la forte personalità dei singoli componenti della band che suonano come sanno e al massimo delle loro potenzialità, miscelando sapientemente la loro attitudine psycho-heavy-garage con raffinati fraseggi e deliziose soluzioni orchestrali, l'esempio migliore è di certo Painting the night unreal, il brano migliore dell'intero album. Altri brani invece appaiono certamente più progressive, alla vecchia maniera ovviamente (B.S., For free), mostrando sfumature crimsoniane e genesisiane, ma senza mai risultare barocchi o eccessivamente divaganti, a volte si concedono alla psychedelìa meno radicale (Landslide) con echi doorsiani (Go to California).
I Motorpsycho non sono mai stati amanti di un modo di fare musica, essi continuano a sperimentare vari generei, a cimentarsi in prove sempre diverse, non c'è posto per gli integralismi, chi li ama deve amare la musica.