Timothy Charles Buckley, meglio noto come Tim, è uno delle voci più
ispirate della storia. Nato come folk singer puro, genio incompreso,
innamorato di Miles Davis, spinse la sua musica ai confini del genere,
elaborando un'originale mistura tra psichedelia e jazz in cui emergeva
la sua timbrica vocale, tra le più intense ed espressive che la musica
ricordi. Tim è tra i primi cantanti a fare della propria voce uno
strumento vero e proprio, proiettando le proprie vibrazioni vocali
verso un'espressività ignota fino ad allora, probabilmente più
congeniale ad un'improvvisazione jazzistica che ad un canto popolare.
Nell'ebrezza musicale, la voce calda e vibrante di Tim vola, ti prende
la mano e ti guida alla scoperta di mondi lontanissimi.
Happy sad
è il terzo album dell'artista originario di Washington D.C. ed è anche
il più "apprezzato" dal grande pubblico nell'ambito della sua
discografia, non a caso raggiunse solo la posizione n.81 nelle charts
americane, risultato effimero se consideriamo la mole artistica di Tim
e la sua influenza sulla musica recente! L'importanza di questo lavoro
però risiede nel percorso artistico dell'artista: Happy sad
è il primo vero passo che dirigerà Tim Buckley verso quei territori
musicali sperimentali, il lungo preludio che spalancherà le porte al
superbo Starsailor, album tanto bello quanto lontano dai costumi pop,
che costringerà il cantante a ritornare su strade più canoniche a causa
degli insuccessi commerciali. Nella "triste gioia" è immortalato il Tim
temerario, quello della maturità vocale, quello che si esprime
nell'ebbrezza primigenia della musica, quello essenziale, padre e
amante; bastano solo sei perle per dimostrare uno spessore artistico
immenso e un lirismo che punta dritto al cuore. Si parte con il blues
jazzato di Strange Feelin': la voce di Tim modula, vibra, si
sdraia e si eleva sul tappeto intessuto di vibrafono, congas,
contrabbasso e chitarra elettrica. Da brividi. Buzzin' fly è
un brano piacevole dal mood più easy, ma non per questo più banale,
anzi è la voce dalle influenze black a fare la differenza, come in
tutto il disco del resto. Il bello deve ancora venire: ecco che piano
piano avvetiamo il suono del mare che urta contro gli scogli, Love from room 109 at the Islander!
Ogni parola sarebbe inadeguata per descrivere l'essenza di questo
brano: arrangiamenti superbi, progressioni emotive impenesabili, ogni
cosa è al posto giusto: i suoni, i timbri, gli arrangiamenti, non c'è
una nota sprecata, ma è il pathos che rende così appetibile la
composizione. L'impeto artistico non si placa perchè l'apice è
raggiunto con Dream Letter, brano dedicato al figlio Jeff. Il
vibrafono e la chitarra dominano l'introduzione con le loro sonorità
morbidissime e delicate; arriva Tim accompagnato dal contrabbasso e la
musica cambia colore: un miracolo! La tenera atmosfera lentamente
scivola dentro al corpo; come una ninna nanna malinconica,
compassionevole, ti culla e ti abbraccia.
Dopo la quiete è Gipsy Woman,
brano impulsivo, a prendere il sopravvento! E' il brano più afro del
disco, l'ebrezza dionisiaca Nietzscheiana che si concretizza in una
musica dal ritmo primitivo, dove Buckley si lancia nelle modulazioni
tipiche della black music, lasciando libero sfogo alla propria verve
espressiva tra incredibili acuti e giochetti vocali d'ogni genere.
Chiude la delicata e scarna Sing a song for you, brano
sostenuto quasi unicamente dal canto, quel canto unico,
indimenticabile, inarrivabile. Un lavoro superlativo, da rivalutare e
da tramandare ai posteri al pari di Sgt. Peppers, Dark side of the moon e In the court of the crimson king!