Nell’era dove l’indie rock si è dissolto in scoraggianti ed inconcludenti ritmiche easy-funky, nel minimalismo forzato o, peggio, nell’insulso e posticcio revival new wave, Sharing Ghosts ci appare come una gemma di straordinaria ispirazione. Frutto della collaborazione con Paolo Messere, i Deny sfornano un album d’esrodio di tutto rispetto e impressionano per un songwriting che appare già maturo, che solo in certi punti perde un po’ di fluidità, ma che mai si concede alle banalità.
Il brano d’apertura, Charles Bonnet Syndrome, costituisce un ottimo biglietto da visita riattualizzando le migliori sonorità di una certa no wave anni ’80 di stampo newyorkese. Segue Leave me high con le sue atmosfere sognanti scandite da un ottimo intreccio chitarristico, ed è solo l’inizio: durante l’ascolto possiamo godere di momenti assai più memorabili, come la fantastica To love melancholy, dove i fraseggi blueseggianti cedono il passo ad influenze che richiamano vagamente l’hard rock di gusto sabbathiano, oppure la trascinante When you aren’t there dove il ritmo danzante confluisce in una coda finale di pura potenza sonora che riprende i migliori Motorpsycho dei primi tempi. E pazienza se l’elettronica finale dell’apprezzabile … non è proprio il massimo e se Only love to…, pur presentando degli ottimi spunti, non riesce a decollare: questa band dimostra una capacità di sintesi fuori dal comune, una conoscenza tale della musica da potersi permettere il lusso di spaziare tra i più svariati stili.
In conclusione, Sharing Ghosts racchiude in sé le migliori influenze del rock : tra schitarrate new wave, fraseggi british blues, melodie al sapor di post rock e reminiscenze pinkfloydiane il godimento per le vostre orecchie è assicurato.