Immaginate la libertà. Un flusso continuo di intense emozioni pure,
impossibili da spiegare. Chiudete gli occhi: immaginate un gruppo di
geniali jazzisti toccati da divina ispirazione, che sono lì a suonare
per voi. Rilassatevi e lasciatevi rapire dalle note... lentamente parte
So what con un tema stupendo e semplice, diretto. Entra in
scena la tromba di Miles e l'atmosfera si arricchisce, si fa più intima
e calda. Subito veniamo introdotti in un limbo emozionale a cui è
impossibile resistere: ci sono Coltrane ed Evans con i loro tocchi
leggeri e raffinati, eleganti e sontuosi che mai interrompono il
flusso, mai una nota sbagliata, ogni cosa è al posto giusto finchè il
brano piano piano si spegne.
Entra il blues, Freddie Freeloader,
ma la voglia di perdersi e poi ritrovarsi nei soli d'ottoni mai
svanisce, l'incantesimo non si infrange, l'anima black accompagna ogni
singola nota.
Blue green scandisce un nostalgico ritorno
alle origini della coscienza in un turbine improvvisativo che si poggia
soffusamente sul piano, protagonista anche del successivo All blues,
che si nutre di una decisa inquietudine. A comunicarci le cose più
belle però è sempre quella tromba meravigliosa, evocativa di mondi
lontani, che si libra nell'aria con disinvoltura e punta verso la
fantasia dove tutto è possibile.
Dulcis in fundo Flamenco sketches,
ed ogni parola sembra inadeguata ad esprimere un'intensa esperienza
come questa: sembra quasi che racchiuda in sè la conoscenza del mondo,
ti prende piano, ti appassiona, ti culla lievemente nel florilegio
primigenio emozionale, dove non c'è confine tra felicità e tristezza,
tra beatitudine e dannazione. Così si chiude una delle opere più
intense scritte in musica, con impressioni sfuggevoli, soffuse,
sfumate. Miles Davis è come un Debussy di metà Novecento, un
impressionista dei suoni in tempi moderni.
Bill Evans si è soffermato sulle immagini che evoca questo capolavoro, le stesse che "mancano
della complessità e della trama dei dipinti ordinari, ma si dice che
chi sa guardare, troverà qualcosa che sfugge a qualunque spiegazione". Non possiamo far altro che convenire con chi sostiene che Kind of blue sia stato fatto in paradiso.