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Rolling Stones - Let It Bleed

Let it bleed vede la luce verso la fine del 1969, anno controverso e assai duro per la band britannica orfana del chitarrista Brian Jones, prima artisticamente e poi umanamente. In questa prova i Rolling Stones proseguono il percorso iniziato con Beggars Banquet, forgiando il proprio sound sul modello del rock americano e il blues: la chitarra di Keith e l’armonica di Mick sono elementi di spicco, fondamentali per l’economia delle composizioni contenute in questo capolavoro.
L’album si apre con uno dei più grandi inni rock mai realizzati dagli Stones, la sconvolgente Gimme Shelter, in cui la voce di Mick, carica ed esplosiva, viene arricchita dall’ottima timbrica di Merry Clayton, singer di matrice soul che ci regala un assolo vocale a dir poco eccezionale. Gimmie Shelter è un brano intriso di pessimismo che numerosi addetti ai lavori hanno giudicato come una sarcastica protesta contro gli eventi che si profilavano verso la fine degli anni ’60, la guerra del Vietnam in primis; in realtà si potrebbero scrivere fiumi di inchiostro sul brano in questione, a partire dalle leggende legate alla genesi fino alla fruizione, fenomeno che ha davvero toccato universalmente la categoria umana senza curarsi delle differenze sociali, dai soldati impegnati in guerra a Martin Scorsese che ha utilizzato questo pezzo in ben tre dei suoi grandissimi film. La sola traccia d’apertura vale un album intero, ma fermarci alla sola Gimmie Shelter sarebbe ingeneroso e poco rispettoso nei confronti delle altre magnifiche gemme contenute in questo disco, a cominciare dalla sublime Love In Vain, cover di uno dei grandi maestri del blues, Robert Johnson. Jagger e Richards sembrano calarsi alla perfezione nel ruolo di bluesmen, dimostrando di possedere una capacità interpretativa impareggiabile.
Country Honk rappresenta l’ennesimo tributo alla musica made in USA ed è riuscitissima rielaborazione country di Honky Tonk Woman con tanto di violino!
Live with me è un gran pezzo rock’n’roll sporcato di blues. L'ottimo incipit affidato al basso è solo la base su cui si intrecciano chitarre taglienti, assoli di sassofono e piani. Saranno brani come questo che i Rolling Stones proporranno per tutta la prima metà degli anni 70. Nella title track, Let It Bleed, Keith Richards raggiunge livelli magistrali sulla slide acustica, rubando addirittura la scena a un Jagger anche qui sopra le righe per intensità d’espressione.
Un gran bel giro di basso di Bill Wyman e l’armonica di Mick Jagger caratterizzano la notturna Midnight rambler, pezzo blues rinforzato di rock che si ispira allo strangolatore di Boston e al serial killer Albert De Salvo: Mick Jagger, perfettamente calato nei panni dell’assassino pervertito, conferisce un’interpretazione di grande effetto alternando la voce all’armonica, Richards giganteggia sia ritmicamente che melodicamente con bellissimi soli slide, Bill Wyman pulsa col suo potente basso e Charlie Watts s’infervora alla batteria. Questo pezzo verrà eseguito di frequente nei concerti concedendo larghi spazi alle improvvisazioni vocali di Mick Jagger. In You Got the Silver scopriamo che Keith dispone anche di una più che discreta voce, adattandosi benissimo a questo blues acustico, ennesima riprova della perizia del chitarrista.
Monkey Man è un rock macchiato (manco a dirlo) di blues aperto dal sofisticato piano del bravissimo Nicky Hopkins, dove la batteria è come sempre incalzante al punto giusto così come è pulsante il basso di Bill Wyman. Il brano è arricchito dal produttore, Jimmy Miller, al tamburino e dallo stesso Wyman al vibrafono, ma la differenza la fanno il piano di Nicky Hopkins e i fraseggi di chitarra elettrica slide di Keith Richards, il quale non fa rimpiangere il compianto Brian Jones nemmeno un secondo. La voce di Mick Jagger è più che mai sguaiata e sensuale, carica e irrequieta al tempo stesso, un marchio di fabbrica, nella performance a dir poco perfetta.
You Can’t Always Get What You Want
è un lungo brano melodico straordinariamente ricco armonicamente, grazie alla presenza del London Bach Choir e di Al Kooper, folk-rocker britannico che qui suona il corno (!). La sua presenza è dovuta a Brian Jones che lo incontrò fuori dagli studios dove stavano registrando l’album e lo coinvolse nella stesura di questo pezzo: per una strana ironia della sorte fu lo stesso Jones rimanerne fuori! Questa canzone riprende magnificamente il meglio della produzione degli Stones, grazie ad una ritmica coinvolgente e sapiente, arrangiamenti variegati ma mai fragorosi e, nonostante la convivenza di stili apparentemente assai distanti, non perde mai la sobrietà e la carica, arma che da sempre contraddistingue Jagger & co ed è così che si conclude una pagina gloriosa della storia del rock.
I Rolling Stones con un lavoro straordinario si confermano come una delle band rock più ispirate di tutti i tempi e gettano le basi per lo sviluppo del genere verso sonorità più dure, che sfoceranno nel sensazionale album successivo, Sticky Fingers, oltre ad aver raggiunto uno dei tanti apici nella loro magnifica carriera.

Aggiunto: March 9th 2008
Recensore: Neon
Voto:
Hits: 539
Lingua: english

  

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