“Il Blues non è un gioco come pensa la gente. Ad esempio, i giovani, oggi prendono qualunque suono e ne cavano il blues: ogni piccolo vecchio “jump” è buono per affermare che quel pezzo è blues, quando non è così. Esiste un solo tipo di blues e si ottiene quando un uomo e una donna si amano. Un uomo e una donna innamorati. Sono stato sposato cinque volte con il mio stupido egoismo e ho una certa esperienza di quello che significa blues”.
Son House (classe 1902, scomparso a Detroit nel 1988) fu musicista di indubbio spessore artistico, di intensità emotiva invidiabile, di una forza d’animo senza pari, capace di sopravvivere ai bluesmen della sua epoca, alla grande depressione economica, agli sceriffi, al penitenziario di Parchman Farm.
Sopravvisse ad un periodo insidioso ed ostile, alla contraddizioni della sua terra, al suo stile di vita girovago, tra bar e bettole frequentate da prostitute, ladri, balordi, ubriachi, evasi.
Son House ha ispirato eccellenti musicisti come Robert Johnson e Muddy Waters, ha lasciato testimonianze di personaggi che altrimenti non avremmo mai conosciuto nel profondo (Charley Patton).
La sua musica ha del miracoloso, non solo per lo stile di vita condotto, ma anche per le sue origini: la sua famiglia, molto religiosa traslocò di frequente durante la sua infanzia; il giovane House, nel periodo della sua adolescenza, frequentò diverse chiese battiste della zona. In un primo tempo egli non si interessò al suono della chitarra e considerava il blues musica del diavolo, ma notte, durante un party si lanciò in un estemporaneo blues senza accompagnamento. La leggenda volle che tutto nacque così.
Durante il 1927 House venne coinvolto in una controversia giudiziaria per aver ucciso un uomo; secondo la sua versione dei fatti pare che avesse agito per autodifesa. Fu ugualmente costretto a scontare una pena detentiva nel carcere Parchman Farm nel Mississippi tra il 1928 ed il 1929. Qui furono rinchiusi molti musicisti afroamericani tra cui Bukka White. Son House venne rilasciato solo 2 anni più tardi quando un giudice decise di riaprire il suo caso. Si spostò a Lula e lì conobbe Charley Patton mentre chiedeva l'elemosina suonando nei pressi della stazione. Il connubbio tra i due portò Son House a lavorare come musicista: fu così che nel 1930 Charley Patton, Son House, Willie Brown e Louise Johnson al piano fecero una prima registrazione presso la Paramount Records a Grafton, ma l'incisione più importante avvenne tra il 1941 ed il 1942 ad opera del celebre etnomusicologo Alan Lomax che lo registrò per conto della Library of Congress: questo episodio consacrò Son House tra i giganti del blues rurale.
L'anno seguente si trasferì a Rochester, New York, e per un lungo periodo si distaccò dal business musicale lavorando come operaio per la New York Central Railroad. Questa scelta radicale fu resa pubblica da House solamente dopo essere ritornato sulla scena verso la fine degli anni ‘50: “Ho voluto bene a tutti per quanto mi riguarda… Charley Patton, Willie Brown e Robert Johnson… Loro morirono uno dopo l’altro. Noi suonavamo insieme. Così tre di loro se ne andarono, tornarono dalla madre terra che li vide nascere e la cosa mi spaventò. Anche Lemon Jefferson mi lasciò e la paura mi spinse a pensare che forse sarei stato il prossimo. Così smisi di suonare per 16 anni, finché Dick Waterman mi trovò e mi diede abbastanza coraggio da rimettermi in gioco”.
Son House diventò così erede di un mondo, il blues viscerale, che negli anni ’60 venne riportato alla luce e valorizzato. In questa raccolta, The Legendary Son House: Father of Folk Blues, sono incisi i brani fondamentali di House, quelli che sintetizzano al meglio e in pochi brani il meglio della sua carriera.
Emerge il suo canto stilisticamente impressionante così rauco, denso, passionale, scuro, sacro, a volte un po’ screziato, a volte contornato da falsetti vibranti.
La tecnica chitarristica è tipica del Delta, ma al tempo stesso originale, un vero marchio di fabbrica: timbro metallico, slide e gioco propulsivo dei bassi. Ascoltando il percussivismo chitarristico di brani come Death Letter si deduce un legame fortissimo non solo con il Delta, ma anche con l’Africa: la sua performance è trascinante, eleva il pathos a grado primo dell’esecuzione, non c’è accademismo soltanto totale immedesimazione fisica. Son House, probabilmente per la sua formazione culturale, è colui che esprime meglio di tutti uno spiritualismo continuamente in bilico tra il sacro e il profano anche nelle sue interpretazioni Spiritual come John The Revelator (brano popolare del Delta, la cui prima registrazione è attribuita a Blind Willie Johnson), dove propone la forza nuda della sua voce, aumentando la dimensione sacrale della sua potenza espressiva: ti trascina nel mondo drammatico e dolente dei suoi blues; soffre e piange, i suoi piedi scandiscono il tempo, la sua passione è percepibile in ogni singola nota in particolar modo nei passaggi slide, così caldi, intimi, carichi, sempre emozionanti. Brani come Luise McGee, Pearline o Preachin’ Blues sono dei veri e propri riti catartici di un artista che ci ha consegnato la tradizione del Delta intatta, una lezione ancora attuale di cui si nutrono numerosi musicisti in ogni parte del globo.